Psicologia ambientale: la Natura come specchio della psiche umana
- Chiara Pasi
- 21 feb 2025
- Tempo di lettura: 6 min

Nel corso della storia, l’essere umano ha sviluppato un rapporto complesso con la natura, oscillando tra il desiderio di dominio e la ricerca di connessione. Oggi, la psicologia ambientale ci offre strumenti per comprendere come il paesaggio naturale influenzi profondamente il nostro mondo interiore, non solo a livello fisiologico ma anche simbolico e archetipico.
Questo articolo esplora il legame tra natura e psiche attraverso diverse prospettive, dalla psicologia junghiana alle neuroscienze, dalla teoria della biofilia all’esperienza del sublime.
Cos’è la Psicologia Ambientale?
La psicologia ambientale è una disciplina che studia l’interazione tra gli esseri umani e il loro ambiente, esplorando come gli spazi fisici influenzino il comportamento, le emozioni e il benessere psicologico. Si tratta di un campo interdisciplinare che attinge dalla psicologia, dalla sociologia, dall’architettura e dall’ecologia per comprendere l’impatto degli ambienti naturali e costruiti sulla mente umana.
Uno degli assunti fondamentali della psicologia ambientale è che il nostro cervello si è evoluto in stretta connessione con la natura. L’allontanamento dagli spazi verdi a favore di ambienti artificiali può generare stress, affaticamento cognitivo e senso di alienazione. Di contro, l’immersione in ambienti naturali ha effetti riparativi, migliorando l’umore, riducendo l’ansia e stimolando processi cognitivi più profondi.
La disciplina si suddivide in diversi ambiti di studio, tra cui:
la teoria della biofilia, che sostiene l’innata attrazione umana per la natura.
la Restorative Environment Theory, che analizza come gli ambienti naturali favoriscano il recupero mentale.
la psicologia del paesaggio, che esplora come la percezione degli spazi influisca sul benessere.
l’ecopsicologia, che si concentra sulla connessione tra salute mentale e salute dell’ecosistema.
La psicologia ambientale ci invita a riconsiderare il nostro rapporto con gli spazi che abitiamo e a riscoprire il potenziale terapeutico della natura.
La Natura Come Proiezione del Sé
Uno studio pubblicato su Frontiers in Psychology (2020) dimostra che l’esposizione a paesaggi naturali attiva la rete di default del cervello, cioè quell'insieme di aree cerebrali che interagiscono tra loro - in termini tecnici, una rete neurale - che vengono generalmente attivate durante i momenti di riposo da attività specifiche. Questa rete è la stessa coinvolta nei processi di introspezione e creatività. La mente, immersa nella natura, entra in uno stato di rilassata auto-osservazione, facilitando la rielaborazione emotiva e il problem solving.
Secondo il neurobiologo David Strayer dell’Università dello Utah, trascorrere alcuni giorni in natura migliora le capacità cognitive e creative del 50%, un effetto noto come “effetto delle tre giornate”, in cui il cervello si disintossica dalla sovrastimolazione della vita urbana e recupera le sue funzioni più profonde. Questo fenomeno si riferisce al fatto che, dopo circa 72 ore di immersione in un ambiente naturale privo di distrazioni digitali, il cervello entra in uno stato di maggiore rilassamento e apertura creativa. Strayer ha condotto esperimenti su gruppi di escursionisti, riscontrando che dopo tre giorni in natura si verificano miglioramenti misurabili nella risoluzione di problemi complessi e nella flessibilità cognitiva. Questo avviene perché la natura riduce il cosiddetto "effetto di attenzione diretta", ovvero la fatica mentale causata dalla continua esposizione a stimoli urbani e digitali, permettendo al cervello di rigenerarsi in modo profondo.
Carl Gustav Jung parlava di "paesaggi interiori" per descrivere il modo in cui l’anima si rispecchia nell’ambiente circostante. Le foreste, gli oceani, le montagne non sono solo elementi fisici, ma simboli carichi di significati inconsci. La natura diventa così uno specchio del nostro stato emotivo: il mare calmo può rappresentare la quiete interiore, mentre una foresta intricata può evocare l’ignoto e l’introspezione profonda.
Tutti conosciamo l'iconico quadro di Munch ‘L’'urlo’, dove la figura al centro diventa un simulacro dell'essere umano simboleggiato in tutta la sua fragilità e la natura circostante, deformata, serpeggiante e curvilinea, è un'estensione del mondo interiore del protagonista.
Il Ruolo della Biofilia nella Salute Mentale
La teoria della biofilia, formulata dal biologo Edward O. Wilson, sostiene che l’essere umano ha un’innata attrazione per la natura, essendo il risultato di milioni di anni di coevoluzione con essa. Tuttavia, l’urbanizzazione e l’allontanamento dagli spazi verdi hanno creato una frattura nel nostro equilibrio psicologico, aumentando i livelli di stress e alienazione.
Studi condotti dall’Università di Exeter (2019) dimostrano che vivere in prossimità di spazi verdi è associato a una riduzione significativa della depressione e dell’ansia. Le persone che trascorrono almeno 120 minuti a settimana in ambienti naturali riportano un benessere mentale superiore rispetto a chi non lo fa.
Ma cosa succede esattamente nel nostro corpo e nella nostra mente quando siamo immersi nella natura? Alcuni meccanismi biologici chiave includono:
Riduzione del cortisolo, l’ormone dello stress, con effetti simili a quelli della meditazione.
Attivazione del sistema nervoso parasimpatico, responsabile della sensazione di rilassamento e sicurezza.
Incremento della produzione di serotonina e dopamina, neurotrasmettitori legati alla felicità e alla motivazione.
Un ulteriore concetto chiave è quello della Restorative Environment Theory di Kaplan e Kaplan. Secondo questa teoria, gli ambienti naturali forniscono un sollievo dalla fatica mentale indotta dalla costante richiesta di attenzione tipica della vita urbana. I ricercatori identificano quattro componenti essenziali che rendono un ambiente “ristorativo”:
Essere lontano (being away): la possibilità di allontanarsi mentalmente e fisicamente dagli stressori quotidiani.
Estensione (extent): un ambiente sufficientemente ampio e ricco da stimolare l’esplorazione e il senso di immersione.
Compatibilità (compatibility): la facilità con cui le persone possono interagire con l’ambiente in modo armonioso e spontaneo.
Affascinazione morbida (soft fascination): la capacità degli elementi naturali di catturare l’attenzione in modo leggero e rigenerante, senza richiedere uno sforzo cognitivo intenso.
Questi fattori permettono di ripristinare la capacità attentiva esaurita e di ritrovare un senso di equilibrio interiore.
Natura e Trascendenza: L’Esperienza del Sublime
L’estetica del sublime, concettualizzata da Edmund Burke nel XVIII secolo, descrive la sensazione di meraviglia e timore reverenziale che la natura può suscitare. Burke, filosofo e politico irlandese, nel suo trattato A Philosophical Enquiry into the Origin of Our Ideas of the Sublime and Beautiful (1757), distingue tra il "bello" e il "sublime": mentre il bello è associato a proporzione, armonia e piacere, il sublime è connesso a grandezza, immensità e un senso di paura mista ad ammirazione. Per Burke, il sublime è un’esperienza intensa e travolgente che ci mette di fronte alla potenza della natura e alla nostra piccolezza rispetto all’universo.
Uno studio condotto dalla UC Berkeley (2015) ha dimostrato che l’esperienza del sublime in natura induce uno stato di awe (stupore reverenziale), correlato a un aumento dell’umiltà, della gratitudine e del benessere psicologico. Questo fenomeno sembra riecheggiare le pratiche contemplative di molte tradizioni spirituali, dove la natura è spesso il luogo privilegiato per esperienze di trascendenza.
La neuropsicologia ha rilevato che lo stato di awe attiva il nervo vago, responsabile di un profondo senso di connessione con il mondo e con gli altri. L’eco di queste scoperte si ritrova anche nel concetto di “mindfulness ecologica”, un approccio che integra la consapevolezza del momento presente con la percezione dell’interdipendenza tra essere umano e natura.
Ritrovare la Connessione Perduta
Se la natura ha il potere di influenzare il nostro stato mentale ed emotivo, come possiamo riappropriarci di questo legame in un mondo sempre più digitale?
praticare la mindfulness ambientale, camminando in aree naturali con un’attenzione consapevole ai dettagli sensoriali, senza l’uso del telefono.
creare rituali di riconnessione, come dedicare alcuni minuti al giorno all’osservazione del cielo o al contatto con la terra.
sperimentare il bagno di foresta (Shinrin-yoku), una pratica giapponese che favorisce il rilassamento profondo e il riequilibrio psicofisico.
integrare elementi naturali negli spazi urbani e lavorativi, con piante, illuminazione naturale e suoni ambientali.
partecipare ad attività immersive, come i bagni di bosco o le escursioni silenziose, per sperimentare la natura con tutti i sensi.
Conclusione
La psicologia ambientale non si limita a evidenziare i benefici della natura sulla nostra salute mentale, ma ci invita a una riflessione più profonda: quanto siamo ancora capaci di ascoltare il linguaggio della natura? In un’epoca di crescente disconnessione, riscoprire il dialogo con il mondo naturale non è solo una questione di benessere, ma un atto di riconciliazione con la nostra essenza più autentica.
E tu? Hai mai vissuto un’esperienza in natura che ha trasformato il tuo stato d’animo o la tua prospettiva sulla vita? Condividila nei commenti e ispira altri a riscoprire il potere trasformativo dell’ambiente naturale!




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